Indagine su un tifoso al di sopra di ogni sospetto

scritto da Loris Nuvolari
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Testo: Indagine su un tifoso al di sopra di ogni sospetto
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Indagine su un tifoso al di sopra di ogni sospetto
di Loris Nuvolari


Gentili lettori queste parole vi giungono dallo Stadio Olimpico in Roma, valida per la 35esima giornata del campionato italiano di calcio 2024/2025, che vede i padroni di casa, i giallorossi guidati da Claudio Ranieri, affrontare la Fiorentina di Mister Raffaele Palladino.

Oggi, 4 maggio 2025, ho deciso di trasformare quella che poteva essere una piacevole (aggettivo sempre rischioso da usare quando si tifa Fiorentina) domenica sportiva in una missione segreta ad alto rischio mortale. Alcuni miei amici mi hanno invitato infatti invitato all’Olimpico per vedere Roma-Fiorentina. Amici romanisti. In curva Sud.

In realtà già un paio di anni prima ero andato a vedere la stessa partita, ma le circostanze erano differenti. Per cominciare all’epoca entrambe le squadre avevano poco da chiedere al campionato, mentre stavolta sono divise da un solo punto di distanza, a poche giornate dal termine del campionato ed in piena corsa per l’Europa che conta. Ma soprattutto allora ero in compagnia di una ragazza con cui mi stavo frequentando; una ragazza che non era mai stata allo stadio e che moriva dalla voglia di andarci; una ragazza con cui, modestamente, abbiamo pomiciato per 90 minuti + recupero (intervallo sfruttato, come di consueto, per andare a reidratarsi il palato, seppur per motivi insoliti). Oltre a quel bacio prolungato, l’unica cosa che ricordo di essermi goduto quel giorno è stato veder giocare dal vivo Paulo Dybala, che di sott’occhio vedevo pennellare giocate sublimi (e, purtroppo, i due gol decisivi) che rendevano quello scambio di saliva ancor più godurioso.

Stavolta invece non c’erano ragazze. O meglio, c’erano, ma non disposte a pomiciare, non con me almeno. L’unico aspetto comune era il settore. Ebbene sì, quando seguo la Viola in trasferta non vado mai nel settore degli ospiti. Questo da un lato mi agevola le procedure per entrare e per uscire dallo stadio (argomento su cui sono alquanto sensibile), dall’altro mi provoca atroci sofferenze dovute al fatto di dover trattenere qualsiasi tipo di emozione.

Il giorno della partita ci diamo appuntamento a Piazza Mancini. Per arrivarci prendo da Flaminio il 2, inteso come tram. Arrivare allo stadio in tram mi provoca una qualche nostalgia romantica, poiché lo associo a racconti di un calcio che non c’è più, come la volta che proprio a bordo di un tram Beppe Viola fece un’intervista a Gianni Rivera[1]. Sebbene la partita si giochi alle 18, l’orario di ritrovo è alle 13. Ufficialmente questo anticipo è per pranzare, ma capisco dopo poco che l’obiettivo in quelle tre ore di attesa è un altro: imbenzinarci[2]. E ci imbenziniamo al punto che, lo ammetto, la mia memoria tra le 14 e le 17 presenta importanti lacune. È in quel lasso di tempo che ha inizio il mio tentativo di infiltrazione tifosa: nel bagno del Bar Mancini 5[3] mi sono tolto la mia t-shirt, l’ho cinematograficamente gettata nel cestino, e ho indossato il mio travestimento: la maja della maggica, gentilmente prestata da uno dei miei amici. E non una maglia qualunque, no signore, bensì la maglia più pesante di tutti, quella der capitano, Francesco Totti[4]. Perché con una maglia di Totti indosso, in questa città nessuno te po’ venì a toccà. Il fatto di avere indosso la maglia giallorossa mi provoca sentimenti contrastanti. Da un lato mi eccita l’idea di essere un tifoso della squadra avversaria mimetizzato in mezzo a 65.000 romanisti, devo solo far attenzione a non esultare per gli “altri” e a non far notare la mia marcata C aspirata, anche se a questo proposito ho già pensato ad una soluzione: nel malaugurato caso in cui la mia copertura saltasse, racconterò di essere un cittadino pisano di fede romanista, naturalmente avverso a tutto ciò che riguarda Firenze. Casomai questa storia non funzionasse, ho comunque nascosta in bocca una capsula di cianuro. D’altro lato mi sento un po’ un traditore: un nutrito gruppo di ultrà viola è venuto a sostenere la squadra in modo passionale mentre io me ne sto qui a imbenzinarmi[5] con dei ragazzi che intanto hanno cominciato una infuocata discussione sul famigerato gol di Turone. Sospetto che sia una conversazione che hanno spesso, tanto che più che ad una spontanea conversazione sembra di assistere ad uno spettacolo della commedia dell’arte: ognuno conosce la propria parte, sa quando intervenire, gli scambi funzionano e il conflitto viene sempre tenuto vivo; gli attori hanno sì una qualche libertà di improvvisare, ma il canovaccio è talmente oliato che nessuno va in difficoltà. A peggiorare il mio umore ci pensa Lorenzo Siciliano, un mio amico laziale, che venuto a sapere del mio outfit mi scrive: “Con la maglia loro…senza onore”. La mia fede è espressa solamente e segretamente da un solo dettaglio, o meglio un talismano, una reliquia: un portachiavi di forma sferica[6], color viola, con lo stemma della squadra, che ripongo nel buio del fondo alla tasca della giacca come a volerlo nascondere negli abissi dell’oceano, un’oscurità così profonda da essere stata dimenticata da Dio e dagli uomini, specialmente se tifosi romanisti.

La discussione sul gol di Turone è finita, non senza che qualcuno abbia pianto, sintomo che il dramma non è ancora superato. Mentre camminiamo verso l’Olimpico, cerco di mimetizzarmi socialmente e guadagnarmi la fiducia degli autoctoni. Con l’obiettivo di non tradire né la mia copertura né la mia fede, pronuncio frasi valide per entrambe le parti, tipo: “Credo che il miglior centravanti nella storia della nostra squadra sia stato Batistuta, non siete d’accordo? Grande Re Leone”. Giunti sul ponte Duca d’Aosta la mia attenzione viene catturata da un monumento: quell’obelisco. Si potrebbe star qui ore a discutere se a distanza di ottant’anni da certi avvenimenti sia ancora il caso di avere nella capitale di questo paese un monumento del genere, ma questo pezzo parla di altro, e in più mi sto già inimicando metà della città, non posso permettermi di inimicarmi anche l’altra. I miei amici si divertono a girare il dito nella piaga, e ad una delle numerose bancarelle che si trovano in prossimità dello stadio mi regalano un adesivo viola con una scritta in bianco che recita “Firenze merda”, e me lo appiccicano al braccio come una stella di Davide. Proseguo ad avvicinarmi a passo lento, vessato nello spirito e nel corpo.

Appena prima del tornello per entrare, ci sono i controlli per la sicurezza. Ad ispezionarmi è un robusto uomo sui cinquanta, l’aspetto di uno che stava col Libanese. Mi concedo all’ispezione con la massima tranquillità, fino a che le sue mani arrivano lì. No, niente di molesto. In quel caso, avrei avuto meno paura, perché lo steward con la mano destra va ad accarezzare le forme della pallina viola che ho in tasca. Se la estrae sono un uomo morto. Potrei chiedere una conversione in punto di morte, come fece l’imperatore Costantino, ma dubito che mi verrebbe concessa. La tensione è alle stelle. I nostri sguardi si incrociano. Ognuno cerca di capire chi sia la persona che ha di fronte, cosa gli passa nella mente. Una parte del mio cervello si chiede se pensi che in tasca ho una pallina di cocaina, un’altra sta calcolando mille modi per aprirsi un varco fra la gente e trovare una via di fuga, tutti fallimentari. Lo steward continua a tastare, lo sguardo ancora immobile sul mio. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e forse è vero. Non so dire quanto tempo siamo rimasti lì a fissarci. Non so quante persone siano entrate nel frattempo, passandoci affianco, non consapevoli del profondo scambio di emozioni ed energia che si stava compiendo fra due esseri umani a pochi passi da loro, soli al mondo eppure uniti. So soltanto che dopo quell’interminabile momento, lo steward ha staccato la sua mano dalla mia giacca, l’ha mossa come a dire “scorrere” e mi ha detto: “Daje moro camina”.

Ci accomodiamo ai nostri posti, non prima di aver preso l’ennesima birra. Ho sempre sentito dire che lo Stadio Olimpico ha una vista scarsa, e ok, ammetto che non è il massimo, ma considerando che siamo seduti in una delle file più remote e inaccessibili della Curva, pensavo peggio. Accanto a me è seduta una coppia, e si capisce facilmente che lui è lì perché innamoratissimo della Roma, lei perché innamoratissima di lui. In un momento in cui il tipo si alza per salutare un qualcuno, la ragazza si prende una tregua dal finto entusiasmo che deve dimostrare affinché la sua relazione funzioni e mi rivolge la parola.

 

Ragazza Innamorata: “Scusami, ma se oggi perdiamo veniamo eliminati?”

Io: “No, è una partita di campionato”

R.I.: “Quindi poi c’è il ritorno?”

Io: “È questo il ritorno. All’andata abbiamo vinto noi…ehm cioè loro…5-1[7]

R.I: “Ah quindi per rimontare oggi dobbiamo vincere noi 5-0?”

 

Non so cosa risponderle, ma balbetto un tempo sufficiente da consentire al suo ragazzo di fare ritorno. Lei lo abbraccia, gli schiocca un bacio e gli dice di essere emozionatissima. Aspetto l’inizio delle ostilità godendomi la passione e l’affetto che questo stadio e questa tifoseria trasmettono. Mentre in tanti stadi il tifo passionale è riservato alla Curva e il resto dei settori si limitano nel miglior dei casi ad andare dietro alle iniziative del tifo organizzato, qui ovunque vengono sventolate bandiere giallorosse, e tutti quanti conoscono le parole di ognuna delle numerose (e belle) canzoni che vengono trasmesse durante il pre-partita.

La partita non è particolarmente emozionante, anche se le occasioni non mancheranno. Mister Palladino ha schierato una formazione quantomeno curiosa. Centrocampo con Richardson e Ndour titolari al fianco di Mandragora (quest’anno in una versione digievoluta di sé stesso), con Fagioli che parte dalla panchina. È soprattutto l’assenza dall’undici iniziale di Gudmundsson a far storcere il naso a me e al settore ospiti, soprattutto perché al suo posto gioca Nicolò Zaniolo, autore di una stagione incolore (cosa ormai non nuova per lui) e che da queste parti, soprattutto a livello caratteriale, non ha lasciato un bel ricordo, infatti ad ogni tocco di palla viene bombardato dai fischi.

Ci sono giorni in cui i pianeti si allineano, generano un fascio di luce miracoloso che attraversando la Terra può colpire il corpo di una persona e attribuirgli poteri sovrannaturali. Il giorno della partita è uno di questi, e il predestinato è Mile Svilar, il portiere della Roma. E sebbene anche De Gea, suo omologo viola, si rivelerà autore di un’ottima prestazione, la sua discende direttamente dall’alto dei cieli. Già nel primo tempo si esibisce in un intervento decisivo su Kean, sceso in contropiede contro di lui. L’occasione da gol mi fa sobbalzare non poco, ma col passare dei minuti capisco che le grandi occasioni non sono i momenti peggiori. Quando tifi una squadra e sei nel settore degli avversari, sono i normali passaggi di gara quelli che ti fanno soffrire maggiormente. Contrasti, rimpalli, falli non fischiati, sono queste le situazioni in cui più mi vorrei lasciar andare e, da buon costume, insultare l’arbitro. Nonostante il calore dell’Olimpico, i supporters viola si stanno facendo valere alla grande, cantando incessantemente, tanto che a tratti riescono quasi a sovrastare il tifo di casa. Mi sento orgoglioso di loro: da Firenze sono venuto in tantissimi, e all’improvviso vorrei essere lì in mezzo ad intonare “Il veliero salperà”, e ho nostalgia delle tante domeniche passate all’Artemio Franchi. Siamo al 43esimo minuto e il primo tempo si avvia a morire sul punteggio di 0-0. È in quel momento che il naturale effetto biologico di tutto quell’imbenzinamento mi presenta violentemente il conto. Generalmente allo stadio detesto perdermi anche un solo minuto di partita, ma la situazione è già più grande di me. Eseguo da maestro la camminata della vergogna fra le persone, facendomi spazio a suon di imbarazzatissimi “permesso” e “scusi”, e non faccio neanche troppa attenzione alle sicurissime occhiatacce infastidite degli spettatori a cui sto passando davanti, dal momento che ogni fibra del mio corpo rema all’unisono con le altre, come i vogatori di una galea della flotta settecentesca della Serenissima Repubblica di Venezia, al fine di condurmi verso il nostro porto sicuro: il cesso degli uomini dello Stadio Olimpico di Roma[8]. Qui, in un gesto misto di stizza, orgoglio e ribellione, mi stacco dal braccio l’adesivo “Firenze merda” e lo getto nel wc, colmo come la sputacchiera di un saloon del Far West. Tento di tirare lo sciacquone, ma non funziona (all’incirca, sospetto, dal giorno dell’inaugurazione dell’impianto). Un secondo dopo sento un boato e le pareti intorno a me cominciano a tremare. Temo che il pulsante dello sciacquone abbia attivato una trappola per imprigionarmi, come nelle leggende sulle piramidi o nei film di Indiana Jones, ma è solo la Roma che, sugli sviluppi di un calcio di punizione, è passata in vantaggio. 47’, Dovbick, 1-0.

Nel secondo tempo la Fiorentina prova ad alzare il ritmo e a pareggiare, ma senza successo. Prima con un tiraccio di Zaniolo, poi con un bel tiro di Mandragora respinto da Svilar con il piede. L’occasione più grande ce l’ha ancora una volta Moise Kean, di nuovo solo davanti al portiere giallorosso, ma come nel primo tempo Svilar non concede la rete (a fine partita verrà meritatamente incoronato MVP della partita e Primo Ministro della Repubblica della Serbia). Questo è il momento in cui maggiormente ho faticato a trattenere un “No!” in gola, facendo insospettire la coppia mio fianco. O meglio, facendo insospettire lui, lei si è insospettita solo per osmosi.

Il finale di partita si caratterizza per due momenti molto emozionanti in cui le due tifoserie si uniscono in una sola grande voce, regalandoci due grandi immagini di sport: il saluto dello Stadio ad Edoardo Bove, giocatore della Fiorentina ma cresciuto nella Roma, che pochi mesi prima era stato colpito da un malore in campo durante un Fiorentina-Inter; e l’uscita dal campo di Zaniolo (al suo posto Gudmundsson), sonoramente fischiato da ambo le tifoserie.

L’arbitro Chiffi fischia la fine. Nell’impianto risuona “Grazie Roma” di Antonello Venditti, e io mi metto a cantarla, perché ormai sono affezionato a questa città, e con quella maglia giallorossa addosso, mi sento parte di qualcosa di più grande…macché, la Viola ha perso e pure quest’anno non andremo in Champions, competizione che non vedo giocare dai tempi della prima Fiorentina di Prandelli, maremma hane.

 

NOTE

[1] Come se oggi su un tram si intervistasse Cristiano Ronaldo. Impensabile.

[2] Per i lettori che non conoscessero il significato di questo lemma niente paura, io stesso ne ero all’oscuro, sebbene ne abbia sinistramente intuito il senso dal ghigno malefico stampato sul volto di chi l’ha pronunciato.

Dalla Treccani: imbenzinare

Indica l’azione dell’assumere alcool (preferibilmente a basso costo e quindi di infima qualità) in quantità massicce prima di recarsi ad un evento caotico, così da giungere allo stesso in uno stato psico-fisico alterato, possibilmente tendente al molesto, più consono quindi alla natura e al flow che l’evento richiede.

[3] “alla turca”, come il rondò di Mozart, ma molto meno emozionante. Voto: 5

[4] Quella della stagione 2006/07, della Diadora. L’ho sempre apprezzata. Rossa, con un coletto giallo un po’ vintage, sotto al quale ci sono lo sponsor tecnico e lo stemma della squadra (centrale quindi, non spostato sulla destra, vera finezza). Dulcis in fundo, nessuno sponsor commerciale, il che fa apparire la maglia molto pulita.

[5] Lo ammetto, il termine mi inebria più dell’azione stessa.

[6] Tenete a mente questo dettaglio…

[7] Vista in un bar del Pigneto sempre in mezzo a tifosi della Roma. La pace dei sensi.

[8] Questo luogo ameno meriterebbe un racconto a parte, un esposto al comune di Roma, l’istituzione di una commissione parlamentare apposita e una puntata in uno di quei programmi in onda su Discovery Channel dai titoli come “Gli 8 luoghi più pericolosi e inospitali della terra”. Al suo confronto il bagno del Bar Mancini 5 era la toilette personale della Regina Elisabetta II al Castello di Balmoral, la sua residenza estiva in Scozia. E attenzione, non il bagno vero, realmente usato da Sua Altezza Reale durante i suoi 96 anni di vita (che, ne sono certo, sarà stato già di per sé stupendo). No, un altro bagno presente nel palazzo, ancora più elegante e lussuoso, un gioiello d’architettura senza pari, con un water così assolutamente sublime, che anche Sua Maestà ha sempre rinunciato a posarvi sopra le sue natiche reali per il timore di intaccarne la perfezione.

Poiché non mi sento in grado di descrivere accuratamente le condizioni igienico-sanitarie dei cessi degli uomini dello Stadio Olimpico di Roma, lascio qui le parole con cui le descrisse lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque nel suo romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”:

L’aria era spesso così carica di odori acri che sembrava solida, appiccicata al respiro, e le latrine erano nient’altro che fosse scavate alla meglio, vicinissime alle postazioni di tiro. Quando pioveva, l’acqua le riempiva, trascinando con sé rifiuti, sangue e residui di uomini e animali. L’intimità non esisteva: gli uomini si sedevano uno accanto all’altro, come parte di una routine spogliata di qualsiasi pudore. Ogni necessità diventava una faccenda pubblica e inevitabile, e il corpo perdeva il suo segreto

Indagine su un tifoso al di sopra di ogni sospetto testo di Loris Nuvolari
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